invicta

Un vecchio zaino, di quelli che allora riempivamo di nomi, di simboli scritti con meticolosità estrema e pennarello indelebile. Alcuni (non il mio) erano diventati delle opere d’arte. Andrebbero salvaguardati, andrebbero esposti in un museo. Il mio lo uso ancora, ovvio. Un po’ per pigrizia, ma soprattutto perché quelli come me, se tocca buttare una cosa che funziona solo per una questione estetica, solo per un idiota dubbio di inadeguatezza, se ne rammaricano. Perché sì, gli Invicta resistevano. Per quello che ne sapeva un dodicenne, erano virtualmente eterni. A distanza di decenni li si abbandona non perché non siano più buoni all’uso ma perché, siamo onesti, un po’ ce ne vergogniamo (no signora, non sono un anarchico, è lo zaino che mi è sopravvissuto). A un Invicta bisognerebbe guardare con affettuoso rispetto e una punta di bonaria indulgenza per come eravamo. E, se li fanno ancora buoni come vent’anni fa, umilmente suggerire la réclame:

Invicta. Durerà più di qualunque cosa ci scriverai sopra.