Last night gain on top saved my life

La storia va così, quella fu probabilmente l’ultima cassetta che possedemmo. Avevamo quest’auto che già ci pareva sgangherata allora, e che tuttora funziona. Una specie di miracolo. Era un’epoca strana, in cui non c’era ancora l’internet veloce e nemmeno gli ipod, si ascoltava quel che c’era, punto, e quel che c’era era una musicassetta con registrato sopra Contraband dei Velvet Revolver. A me all’inizio non piaceva nemmeno tanto, ma la questione era che allora io ero l’unico che avesse la patente, e così quando riaccompagnavo a casa il batterista e il bassista, che erano ancora minorenni, toccava ascoltare quel disco. Lo ascoltavo tutto, aveva una durata di poco inferiore all’ora – una durata strategica, perché più o meno coincideva con il tragitto dalla sala prove, al bar, alle case dei miei due amici, per finire poi nel garage di casa mia. A noi quella musica serviva. Ripeto, in macchina non c’erano altre cassette, passavamo la serata, due ore, tre ore, con gli amplificatori al massimo in una stanzetta di un metro per due. Poi non potevi semplicemente abituarti al silenzio. Ti serviva la decompressione, ti serviva la musica, ti serviva quell’unica cassetta: Contraband, appunto. Finiva con una ballad molto riuscita, con un grande assolo di chitarra e due bei versi: am I still that man who makes you what you want to be, era uno, e l’altro: I never noticed how lovely were the aliens. Uno la ascoltava, guidando verso casa, e ci si accoccolava dentro, con la bocca buona di due o più birre scure e le orecchie che ancora un po’ fischiavano.

Oggi leggo che Scott Weiland è morto e sono sicuro che per almeno altre tre persone la notizia è importante. Per quello che mi sembra di sentire, la sua morte è la più patetica dai tempi di Layne Staley. Niente rock n roll, niente lustrini, solo una desolata solitudine quando ormai sei sprofondato nella tua stessa, letale, inutilità. Erano inutili e patetici anche i Velvet Revolver, intendiamoci, quarantenni bolsi che si illudevano di avere ancora vent’anni, mentre io stavo al gioco e per conto mio m’illudevo di averne sedici, recuperando in ritardo l’adolescenza che non ho mai avuto. Oggi leggo che Scott Weiland è morto ed è un peccato, dannazione, uno spreco di cui non frega un cazzo a nessuno, a parte me e qualche altro disadattato che un destino incongruo aveva deciso di piantare in mezzo alla provincia trevigiana. In uno dei miei ultimi concerti, al New Age di Roncade, avevo trovato questo adesivo. Diceva: last night gain on top saved my life, ieri sera il mio amplificatore al massimo mi ha salvato la vita. Se so quello che significa è anche grazie a Weiland, inutile negarlo.